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"I misteri appartengono all'anima, ma è il corpo il libro in cui si leggono"

De Bleoma

Ho cominciato a scrivere racconti nel 1980 un po' per gioco. Erano brevi storie prevalentemente autobiografiche. Poi ho provato a cimentarmi con generi diversi. "L'incubo del dott. Effe", pubblicato qui a fianco, è un tentativo di esplorazione del genere fantascientifico alla luce delle nuove problematiche ecologiche.


 

 

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20-11-2007

L’incubo del dott. Effe

Li studiava da vent’anni. Conosceva tutti i loro movimenti, le loro abitudini, il loro ambiente. Avrebbe riconosciuto a prima vista quelle zampette voraci, l’ipnotico luccichio dei loro occhi, il sinistro scricchiolio del loro apparato masticatore, quel tanfo mefitico che immancabilmente annunciava la loro presenza. Ma li aveva sottovalutati. Li aveva considerati come degli esseri poco evoluti, occupanti i livelli trofici più bassi dell’ecosistema urbano. Finché una notte, mentre passeggiava insonne e accaldato, li vide uscire furtivamente da un tombino. L’orda si sviluppava ordinata, in una lunga fila indiana e si disperdeva per le strade del quartiere. Come se ogni individuo conoscesse esattamente il suo compito e la sua meta. Fu allora che capì che “Loro” avevano una psicologia, un semplice ma efficace sistema di rapporti sociali ma soprattutto, e fu questo che lo sconcertò di più, scoprì l’esistenza d’individui più “intelligenti” capaci di condizionare ed influenzare le scelte del gruppo. Pochi calcoli, in seguito, gli rivelarono appieno un quadro profondamente inquietante. Per ogni essere umano che viveva nella metropoli ce n'erano almeno cinque di loro che vivevano a sue spese, sfruttando le contraddizioni e gli sprechi di un assurdo sistema energetico. “Loro” abitavano l’altra città, uscivano al calar delle tenebre, frequentavano gli stessi luoghi degli umani per procurarsi il cibo e probabilmente avevano anche luoghi consacrati alla vita sociale. Ma ciò che lo paralizzò dal terrore fu la scoperta che grazie ad un perverso meccanismo evolutivo avevano superato la competizione intraspecifica che fino ad allora aveva limitato il loro sviluppo demografico ed ora competevano direttamente con l’uomo per il controllo dell’habitat e delle risorse alimentari. Decise così di intraprendere una disperata campagna di sensibilizzazione verso le istituzioni scientifiche e l’opinione pubblica per denunciare la gravità della minaccia che incombeva sulla città. Ma le sue tesi furono accolte con scetticismo dalla scienza ufficiale che considerava alquanto stravagante l’idea di riconoscere a quegli esseri una psicologia, mentre i mass media presero a descriverlo come uno studioso eccentrico e un po’ pazzoide, una sorta d’incrocio tra il dott. Stranamore e il dott. Frankestein. Addirittura il quotidiano locale pubblicò un articolo satirico nel quale la sua persona era descritta come tipico esempio d’ecologo strambo ed inconcludente. Perciò gli fu affibbiato il soprannome di “dott. Effe”, per quella sua singolare abitudine di incominciare ogni discorso scientifico con la parola “forse”, antico retaggio di un educazione autoritaria. Da allora le cose peggiorarono, l’Università ritirò i finanziamenti per le sue ricerche e si ritrovò da solo a difendere la sua teoria. Fu così che cominciarono gli incubi o meglio l’incubo, perché il sogno si ripeteva identico quasi ogni notte. “Loro” avevano conquistato la città e gli umani, ridotti ormai a pochi superstiti, sopravvivevano nascosti nelle fogne dalle quali uscivano solo di giorno per cercare acqua non inquinata e cibo. Qui la scena del sogno cambiava e lui si ritrovava in uno di questi gruppi a sfuggire alla loro famelica caccia nei sotterranei della città. Ad un certo punto si vedeva solo in un tunnel a correre inseguito da quel diabolico ticchettio di zampette. Svoltava in un vicolo laterale e scopriva che esso terminava davanti ad un muro. Allora era preso dall’angoscia e si bloccava paralizzato davanti a quella parete umida mentre quel tanfo bestiale, a lui così familiare, gli annunciava il loro inesorabile arrivo. A questo punto in genere si svegliava, sudato e ansante e si tranquillizzava solo alla vista della misera camera ammobiliata immersa nell’oscurità. Ma poi qualcosa cambiò. Un rappresentante di una grossa multinazionale della chimica lo venne a trovare e gli chiese di sponsorizzare con il suo nome il lancio sul mercato di un nuovo principio attivo, lo scarafax che prometteva risultati miracolosi nella lotta contro l’aggressione di quelle bestie. In cuor suo sapeva che quella strada era sbagliata, che l’uso incontrollato di quei veleni chimici poteva causare catastrofi ecologiche dalle dimensioni incalcolabili, ma nonostante tutto si convinse ad accettare dicendosi che in fondo era un rischio accettabile. Così lo scarafax fu lanciato sul mercato come “l’arma segreta del dott. Effe” e divenne l’oggetto esclusivo di una martellante campagna pubblicitaria alla televisione e sui giornali. Il suo personaggio riacquistò una nuova ed imprevista popolarità. Del resto il prodotto sembrava essere all’altezza delle attese. Infatti le immonde bestie, dopo un tentativo di resistere sviluppando una resistenza genetica allo scarafax, avevano capitolato. Gli scienziati avevano registrato un brusco decremento della natalità nella serie di popolazioni osservata, ma soprattutto la diminuzione dei casi d’aggressione all’uomo. Le piazze, i mercati, i magazzini, le periferie erano ritornate tranquille e sembrava scomparsa ogni traccia della loro presenza. Questo successo inaspettato ebbe vasta eco nel mondo scientifico e nell’opinione pubblica. Incominciarono a fioccare i riconoscimenti ufficiali, prima le ammende da parte della scienza accademica, poi addirittura le onorificenze, finché il suo nome fu proposto per l’assegnazione del Nobel per la chimica, per il modo esemplare, diceva l’intestazione, con cui aveva utilizzato un prodotto di sintesi. Fu così che ottenne il massimo riconoscimento cui uno scienziato possa ambire, grazie anche alle pressioni esercitate dalla multinazionale che intravedeva la possibilità di un’ulteriore espansione dello scarafax sui mercati in seguito alla pubblicità indiretta che ne sarebbe scaturita per il prodotto. Quella sera, dopo la cerimonia, se ne tornò a casa soddisfatto e, seduto in poltrona, si scoprì a rimirare la luccicante onorificenza che brillava sul tavolo…poi, stanco, si coricò. Ma appena chiuse gli occhi l’incubo riprese. Le strade devastate, la vita nelle fogne, le veglie insonni sempre sul chi vive e pronto a fuggire al primo minimo accenno di quel raschiare di zampette e del diffondersi di quel tanfo immondo: tutte scene di un film che aveva già visto. E ancora gli inseguimenti nelle gallerie, ed improvvisamente lui da solo di fronte a quel muro che conosceva così bene. A questo punto si svegliò e si ritrovò nella stanza oscura a lui così familiare, ma prima di riaprire gli occhi lo colpì il persistere di quel lezzo immondo. Mentre nelle orecchie gli rimbombava ancora quel sinistro scricchiolio. Accese la lampada tremando e li trovò tutti lì, sul suo letto, mentre raschiavano nervosamente la coperta con le loro zampette. Solo allora capì che il suo incubo era finito.

N.d.A. Ogni riferimento a fatti persone, cose realmente esistite è puramente casuale

(c) 2005 Autore:Dr.FrankOne. – Ai sensi dell'art. 1, D.L. 72/2004, si informa che la presente opera appartiene all’Autore e che la riproduzione, commercializzazione, rappresentazione ed ogni altra forma di diffusione al pubblico della stessa pagina o dei singoli elementi testuali, grafici e sonori che la compongono, in difetto di autorizzazione scritta del titolare, costituisce violazione della legge, perseguita, a seconda dei casi, con la reclusione fino a quattro anni e con la multa fino a 15'493,70 euro.

 

 

 

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